A Prato chiorbóne è sinonimo di testardo, il bòzzo è un piccolo specchio d’acqua, la raffrescàha è un colpo di freddo che spesso provoca malanni. A Prato bisognerebbe viverci, per capire molti dei modi di dire che fanno parte della parlata locale. Oppure potremmo leggere Detti e parole della Terra di Prato (Sarnus, pp. 160, euro 12), un vero e proprio vocabolario in cui Giovanni Petracchi ha raccolto centinaia di parole e relative spiegazioni, accompagnate da immagini d’epoca e ricette tipiche. Petracchi vive a Prato da cinquant’anni (ed è nato a Vernio, poco distante). Da tempo si dedica a ricerche storiche, linguistiche e di costume del suo territorio. Sa bene che dietro agli appellativi, ai detti e alle espressioni più o meno colorite del dialetto è racchiuso un modo di vivere e sentire, un insieme di usi e tradizioni che vengono da lontano nel tempo e di cui ancora oggi c’è traccia. Così ha iniziato la sua ricerca in parte sui libri, ma soprattutto per strada, nei mercatini, sull’autobus (perché il tram, anzi il tràmme, non c’è più). “Ho letto diverse pubblicazioni”, spiega, “sulla parlata pratese, su quella fiorentina e toscana, ma tutto ciò mi è servito soltanto come stimolo alla memoria: ho tralasciato tutto quello che non era il mio pratese e spesso ho dato a tante parole significati e interpretazioni differenti per come li conoscevo e li ricordo io”. Rispetto ad alcuni fortunati predecessori, il libro di Petracchi allarga il suo sguardo al territorio circostante, includendo tante espressioni della vallata che in città si stanno perdendo. E poi ci sono i piatti tradizionali, compresi i celebri biscotti di Prato, e le cartoline d’epoca, una piccola collezione che spazia per tutto il Novecento: guardando Palazzo Pretorio com’era nel 1916, o un panorama di Galceti negli anni ’50, sembra proprio di sentire voci dal passato che parlano di panni e cenci. Il frontespizio del libro













