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Fiesole, Alessio e la casa che diventa comunità. Il ragazzo ipovedente che racconta il paese come un cantastorie

Accanto a lui c’è Fabio, 38 anni, affetto da tetraplegia spastica. Non parla, ma comprende tutto. È uno dei più...

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Casa Caldine Casa Caldine © USL Toscana Centro
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Fiesole, 2 gennaio 2026 – Alessio ha gravi problemi di vista e difficoltà motorie, ma a Caldine questo non è ciò che lo definisce. Qui è semplicemente Alessio: quello che scherza, che ricorda, che racconta agli altri gli aneddoti del paese come un moderno cantastorie, che protegge i suoi amici e che parla con orgoglio di un luogo che sente profondamente suo.

Quel luogo è “Una Casa a Caldine”, il progetto promosso dal Comune di Fiesole e gestito dalla Cooperativa Sociale Il Girasole, ospitato nei locali messi a disposizione dalla Fratellanza Popolare. Una stanza che diventa comunità, un punto di riferimento per dieci ragazzi con disabilità diverse che qui non trovano solo assistenza, ma relazioni vere, quotidianità condivisa e riconoscimento.

In questa casa si fanno attività insieme, si guardano film, si esce, si ride. Ma soprattutto si costruiscono legami. È uno spazio visibile, nel cuore del territorio, dove i ragazzi vedono la comunità e la comunità vede loro. Un luogo in cui ciascuno conosce i limiti dell’altro e li rispetta, e dove ogni fragilità diventa una forza condivisa.

Alessio, in questo contesto, è una sorta di portavoce naturale del gruppo. La sua memoria, la sua intelligenza e il suo modo di raccontare fanno passare in secondo piano la sua disabilità visiva, restituendogli autostima, ruolo e dignità. Grande appassionato di cani, ama paragonarsi a loro con una lucidità che colpisce: come loro, spiega, utilizza udito, olfatto, tatto e memoria per orientarsi, riconoscere le persone e relazionarsi con il mondo.

Accanto a lui c’è Fabio, 38 anni, affetto da tetraplegia spastica. Non parla, ma comprende tutto. È uno dei più presenti e attivi nel gruppo. «Segue ogni discorso, ride, approva o dissente con un gesto – raccontano gli operatori –. Ha rifiutato altri centri: vuole stare solo qui. Perché qui non è un ospite, è parte di una famiglia. Può stare senza la madre e sentirsi comunque protetto. È rispettato, considerato, riconosciuto. E con la sua sola presenza tiene insieme il gruppo, dimostrando che partecipare non significa parlare, ma esserci».

“Una Casa a Caldine dimostra che l’inclusione non è una teoria astratta, ma vita concreta – spiega Paolo Carbonaro, direttore di area della Cooperativa Il Girasole –. Qui i ragazzi non sono assistiti, ma protagonisti: costruiscono relazioni, rafforzano le autonomie e si sentono parte di un territorio che li riconosce. È questo il valore più grande: una comunità che non guarda la disabilità, ma le persone”.

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