L’Accademia della Crusca, massima istituzione italiana in materia linguistica sta facendo i conti con gli effetti del Coronavirus anche sulla lingua italiana. Dilaga sempre più l’uso di termini inglesi anche quando se ne potrebbe fare facilmente a meno utilizzando l’equivalente italiana.
Prendiamo per esempio “lockdown” di cui ignoravamo l’esistenza fino a quando il virus non ha dilagato negli Stati Uniti. Fino a quel momento sulle pagine dei quotidiani italiani la parola era ignota e si parlava semplicemente di “chiusure delle attività lavorative”.
Triage, smart working, smart schooling, droplet, checkpoint, cluster, drive-thru, runner, test, clinic trial sono solo alcune delle parole che dall’8 marzo in poi sono entrate nella nostra vita quotidiana per bocca dei cronisti tv e lette sui giornali.
E’ lo stesso Presidente dell’Accademia della Crusca, il Professor Claudio Marazzini ad affrontare il tema nel suo “In margine a un’epidemia: risvolti linguistici di un virus” dove analizza l’uso eccessivo di anglicismi, ma anche il linguaggio da guerra e liberazione utilizzato per narrare la pandemia.
Partiamo dagli anglismi che sembrano ormai obbligatori nella comunicazione giornalistica legata al Coronavirus. Qualcuno lo ha definito “anglismo inquietante”. Iniziamo con “droplet” usato per esplicare la norma e criterio della distanza per evitare il contagio ma che però letteralmente significa “gocciolina”. Prendiamo poi a “smart working” e “smart schooling” le forme usate per descrivere il lavoro e la scuola da casa. Marazzini specifica che non possiamo tradurre la prima con “telelavoro” che è altra cosa ma si potrebbe usare, stanta la situazione una sorta di “lavoro d’emergenza”. La parola ignorata, con rammarico da Marazzini è “lavoro agile”, che pure esiste ed è anche chiara.
Per quanto si debba accordare fiducia limitata al motore di ricerca di Google (in questo caso interrogato con stringa virgolettata per avere maggior precisione), “smart working” totalizza “circa” 8.440.000 risultati, “lavoro agile” circa 805.000. L’anglismo stravince ai punti, com’era prevedibile conclude il professore.
Cita poi il gruppo Incipit per proporre possibili alternative al “lockdown” che potrebbe essere detto, a scelta, “confinamento” o “segregazione”, anche se l’uso prevalente, nella comunicazione italiana di questi giorni sembra alludere piuttosto alla chiusura forzosa degli esercizi commerciali e delle fabbriche, e finisce quindi per equivalere a serrata o chiusura obbligatoria o obbligata (lo ha osservato, nel corso del dibattito interno a Incipit, il linguista e accademico Michele Cortelazzo).
Certo è che il successo irresistibile di lockdown fa molto riflettere anche perché la parola, e l’Oxford dictionary lo conferma, non è inglese oxfordiano ma americano e viene dal linguaggio carcerario. Il paradosso sta nel fatto che gli interventi di limitazione della libertà personale per l’emergenza sanitaria, tra cui l’isolamento sociale (che ai cruscanti piacerebbe di più come isolamento interpersonale), sono stati presi prima da noi, e in seconda battuta dagli altri paesi,spesso costretti a imitarci loro malgrado in quanto contagiati dopo.
Perchè si è deciso di usare un’espressione non italiana? Forse perché suonava meno spaventosa di segregazione? O forse perché si è messo in atto il solito procedimento di attribuire a una parola straniera assolutamente ignota agli italiani un significato tecnico molto specifico (in questo caso: isolamento e chiusura a causa di restrizioni sanitarie), un significato che magari manco si è stabilizzato nella lingua originaria, e poi far circolare questa parola al posto delle nostre, chiare e trasparenti.
Veniamo poi all’altro grande tema del linguaggio da guerra e liberazione utilizzato per narrare la pandemia ovvero l’uso delle metafore belliche nella comunicazione sociale e giornalistica relativa al virus. La metafora bellica è sbagliata, secondo Marino Sinibaldi: “E poi una guerra ha un fronte dove stanno alcuni. Qui il fronte non c’è o siamo tutti. La guerra in fondo deresponsabilizza delegando a chi combatte (la prima linea, eccetera eccetera…). Qui siamo tutti responsabili”.
Altrettanto netto è Massimo Vedovelli: “un’altra comunicazione è possibile? Certo, basata sulla ragione o almeno su un’etica della comunicazione che miri, da un lato a ‘lottare contro l’inesprimibile’, dall’altro a creare la relazione sociale. Oggi l’uso della metafora bellica sta appiattendo su un’unica modalità la visione dello stare insieme come società complessiva e i fautori dell’odio contro l’altro hanno trovato nel virus e in questa sua narrazione un’ulteriore occasione per alimentare chiusure, barriere, scontri”.
La scelta (delle metafore belliche allarmanti) non è questione di lingua, ma di decisione politica. Ovviamente la richiesta di mobilitazione rivolta al Paese comporta una tendenza a usare quei termini, anche perché non ci sono precedenti nella collettiva memoria pacifica degli italiani di oggi. E certamente, l’uso delle parole segnala il livello di allerta che il Governo ritiene opportuno in un determinato momento, e la ricezione di quest’uso determina una commisurata reazione della comunità”.
Avrà ragione Sinibaldi che stigmatizza le metafore belliche – conclude Marazzini – come “miseria del nostro immaginario”? Forse sì. Ma come si può pensare alla mobilitazione (di nuovo lessico militare) della gente senza usare un linguaggio allarmante e allarmato?
La rinuncia al linguaggio bellico e bellicoso non è forse frutto di un’utopia, seppure ispirata a un sentimento lodevole quanto aristocratico, un sentimento che rischia di essere moralmente ineccepibile, quanto poco efficace sul piano pragmatico? Il problema è comunque interessante: una specie di questione del “linguaggio politicamente e moralmente corretto in tempi di pandemia”.
Una nota: pandemia non spaventa più di epidemia, contrariamente alle mie ipotesi iniziali. Infatti la maggior parte degli italiani non coglie affatto il significato greco di “pan-”.conclude Marazzini.












