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Graffiti e impegno sociale. Quando l'Hip Hop colora le strade di Firenze.

Da decenni l'Hip Hop colora le città di tutto il mondo. In Italia domina perfino le classifiche musicali...

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Street art a Firenze Street art a Firenze © Comune di Firenze
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Da decenni l'Hip Hop colora le città di tutto il mondo. In Italia domina perfino le classifiche musicali. Aspetti positivi e negativi. Firenze, domenica 12 novembre 2023: cinque individui vestiti in tuta bianca e con il volto coperto da mascherine chirurgiche hanno prima bloccato, e poi imbrattato, un convoglio della tramvia che si stava dirigendo verso l'aeroporto della città.

I passeggeri sono stati fatti scendere, e nessuno di loro ha riportato traumi nella frenata che ha evitato la collissione con il gruppo. Subito dopo l'azione - durata mezzo minuto - i cinque si sono dileguati per le vie del quartiere San Jacopino. Sui due vagoni davanti è stata apposta una scritta, Calma apparente, e sul vetro anteriore un foglio che recita: No terrorismo, dipingiamo. Il writing, ovvero l'arte dei graffiti, è uno dei cinque elementi che compone l'Hip Hop, cultura nata nel Bronx nei primi anni Settanta da comunità afroamericane e latine.

L'intenzione dei writers era, e rimane tutt'oggi, vivificare con disegni e scritte dai colori accesi i grigi e fatiscenti palazzi dei quartieri popolari. Divenne presto chiaro che le potenzialità di un'arte così ben esposta e accessibile a tutti andavano al di là del semplice abbellimento urbano, caratterizzato da disegni e scritte di carattere personale. Se all'inizio sui muri campeggiavano soltanto tag - le firme degli artisti - e disegni che rimandavano all'appartenenza a un quartiere e a una gang, con il passare degli anni sono state realizzate composizioni riguardanti tematiche sociali.

E' il caso di Bansky, artista dall'identità tuttora sconosciuta, che affronta temi quali la povertà, la guerra, l'inquinamento e la repressione delle forze dell'ordine, criticando la società occidentale per le sue innumerevoli contraddizioni e i diritti che nega alle minoranze. Guardando all'Italia, uno dei più celebri è Jorit, attivo soprattutto a Napoli, sua città d'origine. Egli disegna volti di personaggi famosi che con le loro idee e prodezze hanno lasciato un'impronta positiva nel mondo, tanto da essere celebrati in varie occasioni.

E' il caso di Diego Armando Maradona - riprodotto più volte sulle facciate dei palazzi napoletani - Pier Paolo Paolini, Antonio Gramsci, Nelson Mandela. I volti hanno dei segni tribali sulle guance, un rimando alle tradizioni delle tribù africane che nell'accezione usata da Jorit indicano uguaglianza tra gli esseri umani.

Uno sviluppo verticale insomma, in cui dall'io personale si è passati al noi; noi intesi non come appartenenti a una gang, a un gruppo ristretto i cui componenti si identificano da bandane di colore rosso o blu o da tatuaggi simbolici - in tal caso a prevalere è sempre l'io personale, inserito in un insieme che rafforza la propria identità ed esclude tutte le altre - ma come appartenenti alla globalità del cosmo, che per via del nostro incedere in uno spazio ben preciso non può fare altrimenti che manifestarsi entro i suoi confini.

Lo spazio è il pianeta che abitiamo, e il noi racchiude ogni suo stelo d'erba, ogni sua goccia di mare, ogni suo abitante. Il noi a cui adesso il graffitismo fa riferimento - non sempre, ma maggiormente rispetto al passato - abbatte ogni confine, e si fa carico di situazioni lontane che però sente il bisogno di denunciare.

Ai membri delle gang nei ghetti statunitensi di Chicago, New Orleans, Los Angeles, che si fanno guerra tra loro per il controllo del territorio, sognano di diventare un giorno rapper famosi e vivono smerciando droga, difficilmente interessa cosa accade in Palestina e in Ucraina, i danni causati dal riscaldamento climatico, i respingimenti dei migranti in Europa, i diritti negati alle minoranze in Europa e le privazioni che subiscono le donne in Afghanistan e Iran.

I loro graffiti rappresentano il contesto limitato in cui vivono, come il nome del quartiere dipinto a caratteri cubitali e il simbolo del gruppo criminale a cui sono affiliati. Ma l'arte, una volta donata, appartiene a tutti coloro che la ammirano, e prenderà inevitabilmente direzioni differenti.

In tal senso, un esempio ci viene offerto dal manierismo: durante il Cinquecento molti artisti rielaborarono in maniera personale le tecniche dei più talentuosi e celebri colleghi del loro tempo, primi tra tutti Michelangelo e Raffaello, ritenuti, almeno a livello tecnico, insuperabili. Il graffitismo è uscito dalla stretta gabbia entro cui era sorto, e ha preso direzioni differenti e più ampie. E' stato rielaborato in chiave globale, e non più personalistica.

I graffiti non si trovano in musei a pagamento, non sono opera di discussione di una nicchia ristretta di studiosi, non hanno bisogno di interpretazioni, come invece accade per le opere di arte moderna. Il messaggio che sottendono è immediato, non conosce cripticità, come d'altronde la musica Rap, che è parte della loro stessa cultura; sono lì, impossibili da non notare, e ci guardano dalla pelle delle infrastrutture da cui siamo circondati per accrescere il nostro sapere. Possiamo conoscere il conflitto Israelo-Palestinese tanto dai libri e da articoli giornalistici quanto dai disegni di Bansky. L'arte raggiunge l'apice della bellezza quando si focalizza su ogni aspetto della vita, e soltanto in quel caso permarrà nella storia.

La Divina Commedia, così come le opere di Platone e di Dostoevskij, saranno sempre presenti nelle biblioteche e librerie di ogni tempo, in quanto abbracciano tutto lo scibile umano. I writers in azione a Firenze invece non hanno espresso concetti importanti, e il loro gesto passerà inosservato. Spesso a essere ricordati sono gli artisti che raffigurano situazioni all'apparenza lontane da loro e dal contesto entro cui vivono, in quanto le persone hanno fame di conoscenza e ammirano le opere di denuncia globale.

Dal momento che non apportano alcun arricchimento culturale e hanno la caratteristica di essere banali, le tag e i simboli vetusti e indecifrabili non avranno alcun impatto sul prossimo e nessuno si soffermerà a guardarli. Tralasciando ciò che afferma la legge, il graffitismo è una vera e propria manifestazione artistica. Può piacere o meno a seconda dei gusti personali, ma è arte, sia che rappresenta semplici firme che opere dal significato profondo. La decadenza urbana di cui alcuni parlano incolpando tale fenomeno, non sono neanche a conoscenza del contesto dove è nato.

Più che dai graffiti, la decadenza urbana è data dagli informi e grigi palazzi dei quartieri popolari delle nostre città; dal dissesto stradale; dalle infrastrutture non terminate e destinate a marcire come formaggi fuori dal frigorifero; dal continuo cementificare; dai cortili verdi tra un palazzo e l'altro lasciati nell'incuria; dall'immondizia che si ammucchia fino a diventare parte integrante del paesaggio. E' comodo puntare il dito sugli artisti, ma i responsabili sono coloro le città le devono amministrare, e non colorare.

Articolo di Paolo Maurizio Insolia

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