Che ci si sposi molto meno rispetto a venti, trenta anni fa non è un’opinione: è un fatto. A volte, però, le percezioni – in questo caso i fatti – vanno accompagnati dai numeri e dalle statistiche. Che al di là di ogni ragionevole dubbio sono certezze. Quei numeri li ha forniti una ricerca dell’Istat, pubblicata in questi giorni e riferita al 2014: da cui non affiorano sconvolgenti e inopinate verità, ma qualche pungente curiosità. Nell’anno passato i matrimoni in Italia sono stati 189.765, circa 4.300 in meno rispetto al precedente. Nel quinquennio 2009-2013 il calo è stato in media di oltre 10mila matrimoni all’anno. Fattore per cui si rileva, nel complesso, che dal 2008 ben 57mila coppie in meno hanno scelto di celebrare la propria unione. I più colpiti sarebbero i “primi matrimoni”: sono calate di 40mila unità le unioni tra celibi e nubili rispetto al 2008, con un ritmo progressivo e continuativo. Questa salda realtà ha una causa non sindacabile: dagli anni ’70 in poi la conformazione – la “struttura” – della popolazione dello Stivale è ineluttabilmente cambiata. Gli italiani invecchiano e fanno pochi figli – 1,4 a donna, sotto la soglia dei 2,1 necessari alla costanza della popolazione – così che è stato impossibile combattere la netta riduzione della popolazione nella fascia di età in cui le prime unioni sono più frequenti: tra 16 e 34 anni. Nel 2014 i giovani di cittadinanza italiana, tra i 16-34 anni, erano quasi 11 milioni, oltre uno in meno rispetto al 2008. Se ci si sposa di meno, dunque, lo si deve anche ad un fattore demografico, comunque preoccupante. Ma non solo alla caduta repentina dell’indice di natalità bisogna guardare. E’ innegabile, infatti, che dietro a quello che sembrerebbe un cambiamento di costume del Paese (sposarsi non è più cool come prima), si celano ragioni più profonde: la propensione al primo matrimonio per le età più giovani è in calo anche per effetto del rinvio delle prime nozze ad età più mature. Perché? Non è difficile immaginarlo: l’aumento diffuso della scolarizzazione e l’allungamento dei tempi formativi, le difficoltà che incontrano i giovani nell’ingresso nel mondo del lavoro e la condizione di precarietà del lavoro stesso, le difficoltà di accesso al mercato delle abitazioni. Oggi oltre tre milioni di uomini, e oltre due e mezzo di donne, con un età compresi tra i 18-30 anni vivono in casa dei genitori. La congiuntura economica degli ultimi anni ha significativamente peggiorato la situazione: ci si sistema più tardi, ci si sposa più tardi. Ma a volte, alla fine, ci si dimentica anche di farlo. Dai dati emerge, infatti, che se da una parte diminuiscono i matrimoni, dall’altra sono incrementati i rapporti di convivenza – o di “libera unione” – che si estendono nel tempo fino a non essere più considerati una soluzione pre-matrimonio, ma una vera e proprio alternativa. Oggi in Italia un figlio su quattro nasce da questo tipo di soluzione. Nella caduta complessiva – e c’era da aspettarselo – è il tradizionale rito sacrale ad essere il più ferito: le unioni civile prendono piede (nel 2014 il 43% del totale, cioè 81 mila), e di questo passo scalzeranno il primato delle chiese. Di meno prevedibile, o sospettabile, c’è questo: secondo le analisi effettuate durano di più i matrimoni celebrati con rito religioso, rispetto a quelli a rito civile. La benedizione del sacerdote sembra in fin dei conti essere propizia alle novelle coppie. Ci si sposa dunque meno, e sempre più con unioni civili, anche se queste non danno troppe garanzie nel tempo. Il discorso torna: l’instabilità economica e la crescente propensione ad interrompere le unioni coniugali, conducono verso la scelta del rito civile (sentito come meno vincolante), che in virtù di questo aumenta in percentuale, per poi concludersi. Nel migliore dei casi con un “restiamo amici”, e nel peggiore con dei bambini di mezzo. Su 1000 matrimoni civili – ma naturalmente i dati variano da regione a regione, da Nord a Sud – 160 non arrivano a festeggiare i dieci anni. E per quanto riguarda separazioni e divorzi? Nel 2014 le separazioni sono state 89 mila e i divorzi 52 mila. Se da un lato i matrimoni risultano in diminuzione negli ultimi vent’anni, dall’altro le separazioni sono aumentate del 70% e i divorzi sono quasi raddoppiati. Un andamento – quello di troncare il rapporto coniugale – che negl’ultimi due anni ha visto però (in percentuale) una leggera battuta d’arresto: perché se non ci si sposa, non occorre separarsi. Ogni 1000 matrimoni, 180 divorzi. E questo si, forse, è un segno del mutamento irreversibile del costume nostrano. Tra scandali, scandaletti, litigate furibonde e “incompatibilità” retroattiva, le unioni durano in media 16 anni. E anche quei rapporti inscalfibili – per cui le nozze d’argento sono un ricordo – sembrano cominciare a vacillare. Dalla ricerca emerge, inoltre, un dato inconsueto: mentre negli altri Paesi Europei le coppie formate da individui con titoli di studio medio-alti tendono ad avere un rapporto più stabile e duraturo – rispetto a chi non ce l’ha – nel Bel Paese si verifica il contrario: un titolo di studio più elevato (universitario, o superiore) incrementa il rischio di far precipitare il matrimonio. E soprattutto il fattore istruzione incide sul gentil sesso: il 63,7% delle separazioni si ha quando uno dei coniugi è una donna con preparazione universitaria. Merita un approfondimento l’andamento dei matrimoni misti. Nella lenta ma persistente disfatta della tradizione matrimoniale, queste unioni stanno risentendo di una riduzione (con conseguente aumento delle separazioni), non così marcata come negli altri casi: nel 2014 sono state celebrate oltre 24mila nozze con almeno uno dei due innamorati di origini straniera. Molto più pronunciata, questa tendenza, è al nord – in cui un matrimonio su cinque è misto – rispetto al sud, dove il fenomeno non ha ancora preso piede. Sono gli uomini che sposano più straniere; mentre le donne – addirittura facendo registrare un calo nel cadere vittime del fascino internazionale – preferiscono di gran lunga il maschio italiano: furbo o fesso che sia, come scriveva Prezzolini. Come si separano, o divorziano, gli italiani? La tipologia di procedimento che va per la maggiore tra i coniugi è quella consensuale: nel 2014 si sono chiuse con questa modalità l’84% delle separazioni e il 76% dei divorzi. Ma la litigiosità tra le coppie arrivate agli sgoccioli si differenza ampiamente sul territorio. Se al centro e al nord poco più di una separazione su dieci si chiude con rito giudiziale, addirittura quasi una su tre nel Mezzogiorno finisce con un clima teso. E con qualche piatto rotto. Infine, la ricerca si è interessata della presenza o meno dei figli durante la chiusura dei rapporti: nel 76% delle separazioni, e nel 34 dei divorzi, ci sono figli di mezzo. Che però non sembrano ostacolare troppo i genitori nella strada verso il disgregamento coniugale. Statisticamente questi figli sono minorenni (e nemmeno vicino ai 18 anni). Come visto l’Italia della crisi, dell’austerity, cambia: nel suo costume, nei suoi modi, nei suoi capricci, nei suoi problemi. Si tornerà mai a mettere il segno più accanto all’indice di frequenza matrimoniale?








