L’avvicinarsi del referendum costituzionale del prossimo 22 marzo sulla separazione delle carriere dei magistrati sembra stia ricalcando un copione già visto e purtroppo poco costruttivo. Secondo l’analisi di Vincenzo Donvito Maxia, presidente di Aduc (Associazione Utenti e Consumatori), la campagna elettorale in corso evidenzia come il dibattito pubblico sia scivolato rapidamente verso una retorica volta a screditare l’onestà e la legittimità dell’interlocutore piuttosto che ad approfondire il contenuto della riforma. Un clima di tensione che ha toccato il punto più critico con le recenti dichiarazioni del procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, le cui parole sui potenziali elettori hanno innescato una spirale di reazioni spesso caratterizzate dallo stesso livore, trasformando il confronto in una gara a chi colpisce più duramente la controparte.
Il presidente di Aduc sottolinea come, nonostante non manchino voci capaci di argomentare in modo razionale e aderente al testo del quesito, specialmente sul fronte del sì, queste figure appaiano oggi isolate e messe deliberatamente ai margini della scena mediatica. Anche tra i sostenitori della riforma sembra infatti prevalere la logica dello scontro frontale tra fazioni, riducendo un tema tecnico e fondamentale per la democrazia a una mera conta tra sostenitori e oppositori dell’attuale governo. Questa dinamica trasforma il passaggio elettorale nell’ennesima occasione persa per dotare il Paese di un sistema giudiziario moderno che sappia finalmente rimediare alle storture del passato e garantire i diritti dei cittadini.
Il richiamo storico a vicende drammatiche come il caso Tortora serve a Donvito Maxia per evidenziare la differenza profonda tra il semplice errore giudiziario e quello che può essere definito un vero e proprio orrore, frutto di meccanismi che non sono mai stati realmente superati dai tempi del secolo scorso. La consapevolezza di queste fragilità è diffusa tra gli operatori del settore, eppure la volontà politica di affrontare una riforma strutturale sembra soccombere di fronte alla voglia di demonizzare l’avversario. Il fronte del no, in particolare, viene accusato dal rappresentante dei consumatori di alimentare timori su derive dispotiche che nulla hanno a che vedere con l’oggetto del quesito, mentre da entrambe le parti si rafforza l’idea del “chi vince piglia tutto”.
Le previsioni sulla partecipazione popolare non lasciano presagire nulla di buono, con il rischio concreto di un’affluenza minima che confermerebbe il progressivo distacco degli elettori da questo modo di intendere la politica. Vincenzo Donvito Maxia avverte che, sebbene questo referendum non preveda un quorum per la validità del risultato, il deserto nelle urne rappresenterebbe un problema drammatico per la legittimità politica di qualsiasi esito. Resta da capire se la classe dirigente sarà in grado di percepire la gravità di questo silenzio elettorale o se preferirà continuare a ignorare la necessità di un confronto che vada oltre gli slogan di parte per mettere finalmente la giustizia al servizio della collettività.






