Computer, tablet, lim, collegamenti wi-fi: la scuola 2.0 – quella in cui la tecnologia supporta la didattica – sembra dare segnali positivi in termini di apprendimento, risultati e valorizzazione della carriera studentesca. Giunge a queste conclusioni la prima ricerca che l‘Indire (l’Istituto nazionale di documentazione innovazione e ricerca educativa, che dipende dal Miur) ha presentato il 23 ottobre a Palazzo Vecchio a Firenze, tramite il proprio presidente Giovanni Biondi, in occasione di “Avanguardie dell’Innovazione – Primo Forum Indire sulla Scuola del Futuro”. Lo studio si è sviluppato su un campione di 9 licei, 8 istituti tecnici e 2 istituti professionali per un totale di 14.152 studenti e 1.273 docenti. “Abbiamo selezionato gli istituti scolastici secondari superiori nei quali più dell’80 per cento degli studenti fanno un uso didattico quotidiano di computer, portatili o altri device mobili – ha affermato Biondi – E siamo andati ad analizzare i risultati degli apprendimenti, i tassi di abbandono e altri parametri”. Parametri che sembrano evidenziare profitti migliori in materie cruciali come matematica e italiano, un tasso di abbandono scolastico molto minore di altre realtà, e una presenza più assidua degli studenti durante la settimana. In tutti gli istituti o i licei presi in esame netbook o tablet vengono utilizzati in diverse discipline, e per più del 50 per cento delle ore didattiche. Si tratta di un sistema che non priva gli insegnanti della possibilità di tenere la classica lezione frontale, ma riesce a fornire uno strumento aggiuntivo ai singoli studenti, riuscendo a concretizzare – tramite le ricerche web o le illustrazioni nelle lavagne elettroniche – concetti a volte avvertiti come astratti o troppo teorici. Se la dispersione scolastica in Italia resta comunque tristemente sopra di quasi 5 punti alla media Ue, i tassi di abbandono delle scuole al centro della ricerca si attestano fra lo 0 e l’8 per cento. Dei nove licei presi in considerazione, inoltre, tra il 60 e il 90% passa all’università, quando in altre realtà ci si ferma al 50%. “Una lavagna elettronica, un computer o un’applicazione da soli non cambiano la scuola – ha continuato Biondi – ma è il modo in cui vengono usati questi strumenti per coinvolgere gli studenti a fare la differenza. Oggi si può non solo leggere come girano i pianeti e rappresentarselo mentalmente ascoltando le parole del professore, ma si può avere un laboratorio sul banco, un ambiente di simulazione che rende le cose meno astratte. E in tutto questo gli insegnanti possono riscoprire il loro ruolo, diventando essi stessi cardine dell’innovazione”. Dati OCSE inerenti al 2013, rilasciati a maggio 2015, denunciavano una scarsa preparazione dei giovani italiani una volta inseriti nel mondo lavorativo: a primo impatto con i diversi settori occupazionali, infatti, i ragazzi mostrerebbero poca dimestichezza nell’uso del computer e lacune in matematica e italiano. Che sia la tecnologia a poter dare una scossa a questa tendenza? Investire sulla scuola 2.0 potrebbe essere la giusta strada da perseguire: anche attraverso convenzioni o sconti che aiutino le famiglie a fornire, quando serve, gli strumenti necessari agli studenti.
Scuola 2.0? Studenti migliori in italiano e matematica






