La pandemia mediatica e le epidemie dimenticata

Nadia Fondelli Il Pungiglione
visibility230 - OkFirenze - lunedì 16 marzo 2020
Il Congo dimenticato
Il Congo dimenticato © n.c.

Nel tempo del coronavirus dove tutti siamo concentrati solo sul come, quando, dove e perché sconfiggeremo il nemico invisibile esiste l'altra faccia della medaglia. Di questa vogliamo parlare.

In questo articolo volutamente ignoriamole troppe fake news che centrifugano le menti e costringono chi l'informazione la fa di mestiere ai salti mortali di verifica delle fonti. Ignoriamo anche le polemiche e le scaramucce fra virologi, istituzioni, prtezione civile etc,, che non ci competono.

Vogliamo guardare l'altra faccia della medaglia dell'epoca coronaviruscentrica che ha riportato sulle cronache parole come batteri, virus, epidemie, pandemie e quarantene che avevamo già archiviato anche nei vocabolari.
Presi dal nostro egoismo ci siamo scoperti fragili e abbiamo (ri)scoperto che virus e batteri sono nemici invisibili sempre presenti econtro cui niente possono anche le moderne armi per cui si spendono miliardi sacrificandali alla ricerca..
Scopriamo all'improvviso, anche alle nostre latitudini che esistono davvero quei nemici contro cui lottano nel dimenticatoio collettivo alcuni paesi del mondo. E quando quei paesi ci chiedono aiuto spesso giriamo la faccia dall'altra parte e andiamo a berci uno Spritz.

Ignoriamo tanto per fare un esempio che il Congo è dilaniato da un'epidemia di morbillo, che a giudizio dell'organizzazione mondiale della sanità è la più grande che ci sia mai stata sul pianeta. Un mostro sottile che ha fatto il doppio delle vittime di coronavirus in tutto il mondo.
Lo ha fatto adesso, nel 2020 in un paese già colpito da ebola dove a mancare non sono le mascherine e i gel igienizzanti ma l'accesso alle cure e ai vaccini.
Ma non ne ha parla nessuno.

Siamo quelli schizofrenici che prima racconta al mondo di essere infetta, che poi dice che è tutto normale e infine si blinda in casa per evitare il contagio di massa.
Siamo quelli che picchiavano fino a pochi giorni fa medici e infermieri nei pronto soccorso e negli ambulatori al ritmo di 1200 denunce l'anno. Gli stessi che oggi (giustamente) chiamiamo eroi e ci spelliamo le mani in applausi da flash mob.
Siamo quelli che quando c'è un terremoto o un alluvione chiamiamo angeli gli uomini e le donne catarinfrangenti della protezione civile e che ora vedendoli in maglioncino blu ignoriamo il grande lavoro dietro le quinte che stanno facendo.
Siamo quelli che apprezziamo i soccorritori e i volontari ma che gli lasciamo andare in giro senza mascherine, e magari in casa le teniamo anche salotto e le vendiamo a prezzi più alti di una bottiglia di champagne.

Nell'era del coronavirus tutti hanno "scoperto" il mondo quotidiano degli ospedali e delle rianimazioni fra turni massacranti infermieri che mancano e dottori a quiz. Ma loro lì a curarci ci sono tutti i giorni 365 giorni all'anno 24 ore il giorno da sempre semplicemente perché esiste un mondo della sanità d'emergenza che esiste prima, durante e dopo il coronavirus.
Una sanità a cui mancano risorse, dove molti rischiano la vita e dove oggi s'insinua il sistema contorto del “morte tua e vita mia” perché non si considera che oncologie, ictus, infarti e trapianti devono andare avanti perché chi è in imminente pericolo di vita non conosce quarantene.

Siamo nell'epoca del cortocircuito mediatico, del complottismo a prescindere, dell'invasione yankee, del virus creato e liberato dai laboratori, dei confini dell'Europa che si aprono e si chiudono a piacimento, delle compagnie aeree che cancellano i voli diretti salvo poi lasciare aperti i giochi dell'oca delle rotte indirette.
Insomma siamo nell'epoca folle del coronavirus dove confondiamo spesso capre con cavoli e mele con pere:

Ma siamo un grande paese che ama e si ama e sa sorridere e ironizzare anche nella tragedia del momento.
Siamo un grande paese che deve imparare a conoscere nel momento del bisogno quelli che fino ad ieri ignorava.



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