Dalla peste del 1348 passando per la Spagnola del 1918-19 fino al Covid-19.

Dalla peste del 1348 passando per la Spagnola del 1918-19 fino al Covid-19.

Redazione Firenze storie di ieri e di oggi
visibility193 - OkFirenze - mercoledì 25 marzo 2020
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Articolo di Roberta Capanni - Firenze, come l’Italia e il mondo, nei secoli ha subito attacchi violenti alla salute del genere umano. Tra le maggiori cause diffusioni di morte di massa (se si escludono le guerre) le epidemie da ricordare, poi scaturite in pandemie, sono almeno tre.

La peste bubbonica detta peste nera pare venisse dalla Mongolia e da qui attraverso la via della seta arrivò prima in Sicilia e poi a Genova e a Venezia. Nel marzo del 1348 arrivò anche a Firenze che per l’epoca era una metropoli con circa 100.000 abitanti e che, al termine del flagello, perse circa i due terzi della sua popolazione. Tutta l’Europa ne fu investita fino al 1350. Così recitano le cronache dell’epoca. Ad essere veicolo di diffusione furono le pulci che dai ratti infetti passarono il batterio all’uomo. Forse anche il passaggio da uomo a uomo, vista la velocità della diffusione, può essere stato un altro mezzo ma la presenza di bubboni e rigonfiamenti sul corpo fa propendere per la prima ipotesi.

La popolazione fu decimata tra atroci sofferenze. Periodo di incubazione breve, entro i 10 giorni, febbre alta, dolori diffusi, vomito e delirio.Nel Decamerone Giovanni Boccaccio si descrive bene come si presentava la malattia: “nascevano nel cominciamento d’essa a’ maschi e alle femine parimente o nella anguinaia o sotto le ditella certe enfiature, delle quali alcune crescevano come una comunal mela, altre come uno uovo, e alcune più e alcun’ altre meno, le quali i volgari nominavan gavoccioli. E dalle due parti del corpo predette infra brieve spazio cominciò il già detto gavocciolo mortifero indifferentemente in ogni parte di quello a nascere e a venire: e da questo appresso s’incominciò la qualità della predetta infermità a permutare in macchie nere o livide, le quali nelle braccia e per le cosce e in ciascuna altra parte del corpo apparivano a molti, a cui grandi e rade e a cui minute e spesse. E come il gavocciolo primieramente era stato e ancora era certissimo indizio di futura morte, così erano queste a ciascuno a cui venieno.”
Con le poche e scarse conoscenze dell’epoca e l’igiene mancante a cui si aggiungeva la convinzione che fosse un castigo di Dio per i peccati del mondo il morbo prosperò e si diffuse. Le cure erano “creative” salassi, erbe, nessun rapporto sessuale e preghiere. Pare però che fossero state messe in uso delle maschere imbevute di aceto…

Anche allora ci furono problemi di sepoltura e si dovette ricorre a fosse comuni, dove i corpi venivano gettati uno sull’altro. E in tempi dove la comunicazione era solo diretta i rapporti e i legami si allentarono come racconta ancora il Boccaccio: “era con sì fatto spavento questa tribulazione entrata ne’ petti degli uomini e delle donne, che l’un fratello l’altro abbandonava e il zio il nipote e la sorella il fratello e spesse volte la donna il suo marito; li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano”.

E certo dovettero essere numerose le famiglie uscite stremate, se non annientate del tutto. Dal punto di vista economico, il lato che tanto oggi ci interessa, pare che ci fu un aumento dei salari vista la scarsità di lavoratori…

Seguirono altri flagelli più o meno grandi ma quello che ancora resta in memoria è l’epidemia influenzale di spagnola che colpì il mondo tra il 1918 1 il 1920 con morbilità e mortalità altissime. Un flagello che colpì l’Europa e il mondo alla fine della Prima Mondiale che già aveva lasciato la popolazione debilitata e in grave crisi economica. Pare che un miliardo di persone nel mondo fu contagiata e, anche se i pareri sono discordi, le vittime furono oltre 25milioni.

L’influenza appariva leggera nel 20% dei casi ma per il resto gli ammalati si aggravavano. Vennero messi in ospedali militari da campo perché gli ospedali era pieni e molti morirono senza mai raggiungerli. I pazienti più gravi manifestavano una insufficienza respiratoria per una polmonite batterica, febbre alta, perdita di conoscenza e morte in poche ore, in altri casi dopo una lieve ripresa si presentavano problemi gastrointestinali o encefalite. Da dove veniva la Spagnola? Alcuni epidemiologi ipotizzano la diffusione a partire da uccelli e, attraverso modificazioni genetiche, sia stata trasmessa ai maiali e di qui all’uomo. Focolaio dalla provincia del Kwangtung nella Cina meridionale.

L’Italia fu tra le nazioni più colpite con circa 600.000 morti. Eugenia Tognotti, nel suo saggio “La Spagnola in Italia”, ricorda la censura che fu applicata in quel tempo. Si cercò di “sdrammatizzare” e ci fu “la rimozione del lutto privato rispetto a quello collettivo, esaltato nella funzione patriottica delle morti, definite all’epoca eroiche.” Le notizie iniziarono ad essere pubblicate solo da metà di settembre.
Le ipotesi degli studiosi furono molte ma nessuno riuscì a comprendere perché quella epidemia colpiva più i giovani che gli anziani che spesso accusavano forme più lievi. Probabilmente questi ultimi avevano sviluppato una maggior difesa immunitaria derivata da un’altra pandemia sempre influenzale avvenuto nel1889-90.

Una prima ondata si presentò nella primavera del 1918 e fu più leggera, una seconda si presento in ottobre e l’ultima, la più devastante coprì quasi tutto l’inverno. La nota curiosa è che i soldati furono meno colpiti della popolazione civile e i soldati italiani ebbero meno vittime per Spagnola rispetto ad altri eserciti (indagini dicono che l'alimentazione con meno carne rispetto agli altri abbia reso l'organismo più resistente). Pare anche che (insieme ad altre ipotesi) il ritorno a casa per licenza di soldati che avevano combattuto con paesi confinanti con la Svizzera abbia portato il contagio nel paese intero.

Nell’incertezza generale gli scienziati ( in particolare la Direzione Generale di Sanità) pensavano alla natura batterica della malattia ma a Firenze Ferdinando Micheli, propendeva per gli studi fatti all’Istituto Pasteur di Tunisi da Nicolle e Lebailly. Sempre a Firenze Ferruccio Schupfer avvalorava l’ipotesi virale. Per la Spagnola l’Istituto Centrale di Statistica, la Lombardia registrò il numero di morti maggiori seguita dal Lazio, Sardegna e Basilicata.

Cosa si fece per fermare il contagio? In un’Italia meno coesa di oggi le città cercarono di reagire come meglio potevano. Va detto che l’influenza colpì soprattutto nelle campagne dove c’era mancanza di medici a causa della guerra. Giovani tra i 15 e 40 anni vennero falcidiati da questa influenza mortale.
Leggendo cronache dell’epoca si evince che furono presi provvedimenti simili ai nostri come la chiusura delle scuole, mascherine, pulizia delle strade.
E oggi il Covis-19. Ci ha colto di sorpresa? No, i mezzi di comunicazione oggi ci sono, probabilmente abbiamo sottovalutato. La nostra colpa è quella di continuare a “considerare lontano” ciò che accade fuori dal nostro paese o al massimo dall’Europa. La terra è un piccolo pianeta e gli uomini si contagiano perché viaggiano, si sposano e con loro le merci. Noi sappiamo un po’ di più dei nostri antenati ma certi comportamenti che abbiamo messo in atto: come coloro che in massa si sono riversati a sud, o nelle seconde case in Toscana (tanto per fare un esempio vicino) ci fanno capire che non abbiamo imparato molto. L’errore della comunicazione, il più grande ma mutuato da alcuni specialisti che tanto si son fatti vedere in tv, è stato quello di sottolineare fin dall’inizio che “questa influenza colpisce i vecchi e chi ha patologie proprie”.Non abbiamo capito niente, perché la vita ha lo stesso valore per tutti.

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