Mostro di Firenze: Intervista al capo della squadra antimostro Ruggero Perugini

“Non abbiamo mai cercato ‘un’ mostro ad ogni costo: noi cercavamo ‘il’ Mostro di Firenze. E oggi sono ancora convinto che siamo riusciti a trovarlo.”

Paolo Cochi Il Mostro di Firenze. Un caso irrisolto
visibility199 - OkFirenze - lunedì 25 maggio 2020
Ruggero Perugini
Ruggero Perugini © Paolo Cochi

Passano gli anni, tutto ristagna, ma la storia del Mostro attira sempre un gran numero di telespettatori. Il 4 febbraio 1992, viene fatta l’ennesima trasmissione televisiva, che ripercorre i duplici omicidi che dal 1968 al 1985 hanno insanguinato le dolci colline toscane.

Questa però è una trasmissione diversa da tutte le altre. Ospite speciale della puntata di “Detto tra noi” trasmessa dalla Rai, in cui partecipano diverse personalità che si sono occupate dei delitti del mostro, è il Capo della Squadra Mobile: Ruggero Perugini.
Durante la trasmissione fa un appello rivolgendosi direttamente al Killer.

ecco il testo:

«Io non so perché, ma ho la sensazione che tu in questo momento mi stia guardando e allora ascolta. La gente qui ti chiama mostro, maniaco, belva, ma in questi anni credo di avere imparato a conoscerti, forse anche a capirti e so, so che tu sei soltanto il povero schiavo in realtà di un incubo di tanti anni fa che ti domina. Ma tu non sei pazzo come la gente dice, la tua fantasia, i tuoi sogni, ti hanno preso la mano e governano il tuo agire. So anche che in questo momento probabilmente ogni tanto cerchi di combatterli. Vorremmo che tu credessi che noi vogliamo aiutarti a farlo. Io so che il passato ti ha insegnato il sospetto, la diffidenza. Ma in questo momento non ti sto mentendo e non ti mentirò neanche dopo, se e quando, ti deciderai a liberarti di questo mostro che ti tiranneggia. Tu sai come, quando e dove trovarmi, io aspetterò».

Oggi il Dr. Ruggero Perugini è in pensione e sempre con la sua consueta cortesia e professionalità risponde alle mie domande sull’indagine infinita relativa ai delitti del cosiddetto “mostro”.

A distanza di 30 anni dall indagine da Lei svolta, gli sono rimasti dei dubbi sull 'identità del cosiddetto mostro?

No, che io sappia, in trent’anni non è accaduto nulla di concreto che mi portasse a dubitare dell’identità del cosiddetto ‘mostro’.

C'è un elemento che la convinse che Pacciani era l'indiziato numero uno?

Più che di un singolo elemento, parlerei di un contesto indiziario articolato. Certo, il fatto che Pacciani conservasse oggetti appartenuti ad una delle vittime del delitto dell’83 è qualcosa di più di un indizio, che comunque va considerato nel più vasto quadro delineatosi nel corso delle indagini.

Al di là degli esiti piuttosto controversi delle sentenze. Molti esperti del caso, continuano a pensare che l’autore dei delitti fosse una sola persona, come già Lei al tempo indicava. Può ribadire i motivi di questa convinzione?

L’indagine perfetta e il delitto perfetto non esistono. Ho sempre pensato che fosse il rapporto fra il numero e la gravità degli errori commessi dall’autore di un delitto e quelli commessi dall’investigatore a determinare l’esito di un’indagine. Alla fine di ogni inchiesta, comprese quelle corredate da prove incontrovertibili, è normale provare una sensazione d'incompletezza, il dubbio di non aver scavato abbastanza. In un inchiesta complicata come questa è irreale sperare di poter trovar risposte a tutte le domande, ma è inevitabile desiderare di cercarle. Perciò, si, ci sono aspetti che avrei voluto approfondire.

C'e' qualcosa delle indagini che approfondirebbe maggiormente, o qualcosa non rifarebbe?

Non c’è nulla di ciò che ho fatto che io non rifarei. Semmai, come ho detto, mi rincresce di non aver potuto e saputo fare di più.

In genere quando si parla di delitti ‘rituali’, si intendono quei delitti nei quali anche i non addetti ai lavori possono agevolmente ravvisare specifici comportamenti, che connotano in modo inequivocabile la personalità dell’autore e concorrono a comporne la ‘firma’. Non a caso, negli USA, dove l’analisi di questa fenomenologia delittuosa è partita ben prima che da noi, essi vengono definiti “signature crimes”, cioè delitti firmati. La ‘firma’ non ha nulla a che vedere con il modus operandi, cioè quel complesso di comportamenti funzionali al raggiungimento di uno scopo, i quali, a seconda delle circostanze, dell’esperienza e delle opportunità del momento, possono cambiare nel tempo. La ‘firma’ invece è come cristallizzata e non cambia mai perché risponde a una specifica esigenza interiore dell’autore del delitto. Sono comportamenti che non sono funzionali alla consumazione del delitto ma che egli deve porre in essere per trarne la gratificazione sperata. E’ infatti questa gratificazione il suo vero obiettivo. In genere tale bisogno scaturisce da una fantasia ossessiva, talmente intima e legata a esperienze personali da non essere condivisibile. Questo è almeno quanto emerge dalle analisi iniziate già alla fine degli anni ’70 dalla Behavioral Science Unit del FBI e dalle interviste condotte con gli autori di delitti seriali, i quali sono indubbiamente i principali esperti in materia.

Ecco perché sono stato e sono tuttora convinto che a fantasticare ed attuare i delitti commessi nella provincia di Firenze sia stata una sola persona. Con ciò non nego di aver sospettato che Pacciani potesse essersi talora servito, magari in sopralluoghi dissimulati da ‘merende’, di qualcuno di quelli cui era solito ogni tanto accompagnarsi e che furono per questo da noi investigati. Ma, almeno nel periodo in cui fui a capo della SAM, non emersero prove di un loro consapevole coinvolgimento operativo.

Il nucleo operativo dei CC di Borgo in un rapporto del 1984, fece espliciti riferimenti a una persona come responsabile del furto e dei delitti del "mostro". Rapporto evidenziato anche nelle carte della SAM nel 1991. Ha ricordi circa un furto nel gennaio del 1965 di una Beretta cal. 22 presso un armeria di Borgo San Lorenzo?

Non credo di poter dare una risposta esauriente a questa sua domanda, sono passati troppi anni da allora. Ricordo bene che, fra i tanti, furono eseguiti migliaia di accertamenti sulle pistole calibro 22LR, Beretta e non, nonché sui loro possessori. Sicuramente furono svolte indagini, come per tutti quelli a nostra conoscenza, anche sul furto al quale lei accenna. Mi sembra comunque il caso di precisare che, con tutta probabilità, pistole dello stesso calibro e marca, acquistate ufficialmente prima della Legge del 1975 che regolò l’acquisto e la detenzione delle armi, furono rubate senza che i derubati ne denunciassero il furto. Per non parlare di quelle detenute illegalmente o circolanti nel mercato clandestino.

Cosa pensa dei compagni di merende (Vanni e Lotti), non le sembrano piuttosto improbabili come "mostri"?

Sui cosiddetti ‘compagni di merende’ non mi pare il caso di dire più di quanto ho già detto. Non ho seguito il processo nel quale furono condannati e non conosco gli elementi di prova in base ai quali lo furono. Le mie considerazioni personali al riguardo non contano.

Cosa pensa dell'ultima inchiesta sul legionario, che già nel 1985 fu attenzionato?

Non ho seguito neanche l’inchiesta sul legionario di cui mi chiede, per cui non posso dire cosa ne pensi. Non credo sia serio esprimere un parere su fatti che non si conoscono a fondo. Voglio però sottolineare che, nel corso delle indagini svolte dalla SAM nel periodo in cui ne sono stato a capo, di ‘mostri’ ne abbiamo incontrati diversi. Ma noi non abbiamo mai cercato ‘un’ mostro ad ogni costo: noi cercavamo ‘il’ Mostro di Firenze. E oggi sono ancora convinto che siamo riusciti a trovarlo.

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