OK!Firenze

Cosa sta succedendo nella piana fiorentina? Alluvioni o speculazioni?

Analisi numerica dei fatti del nostro direttore Nadia Fondelli.

Abbonati subito
  • 2
  • 720
Gli Angeli del Fango del Chino Chini Gli Angeli del Fango del Chino Chini © nn
Font +:
Stampa Commenta

Il sogno ambientalista europeo

"Troppi pochi sanno che il nostro futuro dipende dallo strato sottile che si estende sotto i nostri piedi. Il suolo e la moltitudine di organismi che in essi vivono ci forniscono cibo, biomassa, fibre e materie prime, regolano i cicli dell'acqua, del carbonio e dei nutrienti e rendono possibile la vita sulla terra."
I nostri suoli stanno soffrendo: secondo le stime tra il 60% e il 70% dei suoli nell'UE non è in buona salute.
Terreni e suoli continuano ad essere soggetti a processi di forte degrado come l'erosione, la compattazione, la riduzione di materia organica, l'inquinamento, la perdita di biodiversità, la salinizzazione e l'impermeabilizzazione"

Così recitava la Commissione Europea nel 2021 ricordando come le cose non andassero benissimo rispetto all'obiettivo dell'azzeramento del consumo di suolo netto entro il 2050 deciso dal Parlamento e dal Consiglio Europeo nel 2013.


Cosa significa perdere suolo?

Il consumo di suole è base della nostra vita su questa terra e in epoca in cui l'ambientalismo era una cosa seria e non un becero sporcare monumenti e bloccare strade la sottoscritta, da giornalista ambientale, ha seguito molti forum internazionali sul tema con relatori di fama mondiale quando ancora la ragazzina svedese non era nemmeno nata.
Un dato che è sempre emerso e che nessuno ha mai raccontato troppo forse per compiacere certe politiche è che per far ricreare un solo centimetri di suolo servono cento anni!


Lo stato della piana Pistoia-Prato-Firenze 

Siccome siamo bravi a piangere sempre il latte versato è arrivato anche il momento di alcune riflessioni oltre a quello di ripulire e ripartire.
E mentre il Presidente della Regione Eugenio Giani si è affrettato a sottolineare "a fango ai ginocchi" che la colpa di ciò che è successo è "dei cambiamenti climatici"  facendosi un video davanti al cancello di un abitazione dove dietro scorrendo l'acqua si evince solo che i fiumi stando riprendendosi i loro letti e che quindi l'uomo ha costruito dove non doveva ci è doveroso fare alcune riflessioni.

La piana fra Pistoia, Prato e Firenze in nome dell'industrializzazione e del facile guadagno risulta da anni insieme alla pianura padana una delle aree più inquinate d'Europa, ma anche di questo poco si è parlato negli anni, anzi. Non lo diciamo noi, lo dice l’Organizzazione Mondiale della Sanità e lo dice da anni! 
Una zona usata da molti anni come luogo di cementificazione. Il più grande centro commerciale del centro Italia, il nuovo aeroporto su cui si discute da anni e che dovrebbe cancellare l'unica area di biodiversità della zona, la terza corsia dell'A11 e addirittura la previsione del nuovo stadio di Firenze (idea poi tramontata) che si doveva edificare proprio nel bel mezzo della zona oggi allagata a testimoniare la lungimiranza di certi progetti.
La piana Pt-Po-Fi come la chiameremo per facilitare la lettura aveva visto un rallentamento del suo consumo di suolo grazie (è il caso dirlo!) alla pandemia e menomale viene da aggiungere dato che leggere i dati del consumo del suolo c'è da riflettere.


Consumo del suolo in Italia 

Il nuovo rapporto Ispra, uscito peraltro pochi giorno fa parla chiaro. In Italia in materia di consumo suolo nell'ultimo anno c'è stata un'accelerata notevole in contrasto con quell'obiettivo di azzeramento del consumo di suolo entro il 2050 deciso dal Parlamento e dal Consiglio Europeo nel 2013.
Nell'ultimo anno la cementificazione si è mangiata altri 76,8 km2 di terreno , il 10,2% in più del 2021.
Una media mostruosa di oltre 21 ettari al giorno, il valore più elevato degli ultimi 11 anni dove non si era mai sfondato il tetto dei 20 ettari.
Ogni secondo sono andati persi quasi 2,5 metri quadrati di terreno, più di 210 mila metri quadrati al giorno.
In questo 11 anni la mano dell'uomo ha cambiato il volto, e le riprese satellitari lo confermano: quasi 77 km2 d'Italia fertile e produttiva cancellata.


Il quadro toscano

In Toscana il suolo ‘mangiato’ ammonta a 141.482 ettari, pari al 6,17% della superficie, fortunatamente un dato importante e ben al di sotto della media nazionale (7,14%) e ben distante dalle regioni con le performance peggiori come Lombardia (12,88%) e Veneto (11,88%).

C’è in Toscana un problema di fragilità riguardante la conformazione morfologica della regione: quasi un terzo della superficie coperta da edifici ricade in area a pericolosità da frana (31,% mentre la media italiana è dell’8%) e un quarto in area a pericolosità idraulica media (23,8% contro il 12% nazionale). 
Ricorda peraltro l’Ispra che: “il consumo di suolo incide anche sull’esposizione della popolazione al rischio idrogeologico, oltre 900 - in un solo anno - gli ettari di territorio nazionale reso impermeabile nelle aree a pericolosità idraulica media, e provoca la costante diminuzione della disponibilità di aree agricole eliminando in 12 mesi altri 4.800 ettari, il 68% del consumo di suolo nazionale”.


Il triangolo Pistoia-Prato-Firenze

Nel dettaglio toscana l’area dove i numeri sono più preoccupanti è proprio quella del triangolo Firenze-Prato-Pistoia dove le percentuali di suolo consumato ammontano, rispettivamente, a 7,34%, 14,28% e 10,24%.
Anche se nell’ultimo anno la città metropolitana di Firenze ha risparmiato suolo e Montale, provincia di Pistoia, con zero ettari in più è tra i Comuni virtuosi.
Un cambio di rotta forse un po' tardivo?


Il "caso" Campi Bisenzio

Campi Bisenzio nei rilevamenti Ispra 2022 è terza nella graduatoria regionale per incremento del consumo del suolo con +8,86 ettari in più sul 2021.
Dietro a Pisa +10,10 e Cavriglia (Arezzo) +12,67.
Logistica e grande distribuzione organizzata si legge nel rapporto, sono tra le principali cause dell'incremento toscano con il +4,5% sul totale del suolo consumato, un dato leggermente superiore rispetto al nazionale che è del 4,2%.
Secondo l'Ispra "l'aumento di cementificazione in un solo anno di quasi 9 ettari del suolo comporta un rischio accresciuto di inondazioni, contribuisce ai cambiamenti climatici, provoca la perdita di terreni agricoli e fertili (...) e la perdita della capacità di regolazione dei cicli naturali".
A onor del vero il report non prende in esame i singoli piani strutturali, come quello campigiano del 2022 che prevedeva un ridimensionamento delle aree da cementificare. Forse si erano accorti del rischio?

Eppure Campi Bisenzio conosce le alluvioni: solo nel Novecento se ne sono registrate tre importanti: 1926. 1966 e 1991 ed è stata recentemente amministrata da due giovani  figure emergenti della politica nazioanle ambientale.
Per quasi due mandati il Sindaco è stato Emiliano Fossi (con un curriculum di amministrazione locale più lungo perché dal 2004 al 2008 è stato assessore alle politiche sociali e abitative e dal 2008 al 2013 assessore alle politiche educative) oggi deputato Pd (dopo aver rinunciato alla carica di primo cittadino nel settembre del 2022) nonchè segretario del Pd della Toscana in quota Schlein. Un uomo molto sensibile alle politiche ambientali così come lo è l'altra campigiana doc, ovvero Monia Monni attuale assessore regionale alla Protezione Civile dal 1999 al 2006 assessore all’ambiente e ai lavori pubblici del comune di Campi Bisenzio con un trascorso nel Cda di Publiaqua e poi dal 2015 consigliera regionale e prima firmataria di due leggi in tema ambiente su economia circolare e sviluppo sostenibile. Anche lei di area Schlein e candidata (secondo voci) per la sua corrente per la poltrona di Palazzo Vecchio.

Eppure i numeri di Campi Bisenzio sono evidenti dato che da metà degli anni Novanta il boom edilizio e demografico ha segnato il territorio portando nel 2000  il numero della popolazione a oltre 40 mila persone con un suolo consumato nel 2006 di 893,21 ettari, saliti a 931,48 nel 2022, sempre stando a Ispra.

Ecco di seguito il dettaglio dell'andamento del consumo del suolo consumato a partire proprio da sedici anni fa:
+8,9 ettari consumati dal 2006 al 2012
+5,48 ettari consumati dal 2012 al 2015
-2,23 ettari recuperati tra il 2015 e il 2016 
+2,86 ettari consumati dal 2016 al 2017
+4,99 ettari consumati tra il 2018 e il 2019
+4,27 ettari consumati tra il 2019 e il 2020
0,67 ettari recuperati tra il 2020 e il 2021
+ 8.86 ettari consumati tra il 2021 e il 2022.
 

La situazione di Montemurlo e la provincia di Prato

l rapporto Ispra boccia decisamente anche Montemurlo, altro tragico epicentro del disastro di una settimana fa.
Anche se il comune contesta i dati rilevati dal rapporto Ispra 2021 spaccando il capello in quattro sulle definizioni delle aree definite come consumate.
Ma lasciano parlare i numeri dove si evince che Montemurlo tra il 2019 e il 2020 ha consumato 11,12 ettari di suolo naturale.

La provincia di Prato nel 2020 è stata la maglia nera della Toscana con la percentuale più alta di suolo consumato con un imbarazzante +14,23% pari a 5.204 ettari, 17 in più del 2019.
Seguono (non a caso)  Pistoia con il +10,22% e a poca distanza Livorno con il 10,02%.
Un primato, quello pratese, registrato anche nel 2019 con una percentuale del +14,15% (5.175 ha) e un incremento, rispetto al 2018, di 18 ettari.
che ha ancora più valore se confrontato con la media toscana è del +6,17%.

Per farla breve, il rapportato alla superficie territoriale rende evidente il peso della provincia di Prato che consuma 4,67 metri quadrati ogni ettaro di territorio, contro una media regionale di 0,93 e nazionale di 1,72.


Agliana e la piana pistoiese

Chiudiamo il nostro racconto in numeri con il consumo di suolo di Agliana località anch'essa oggi sotto il fango e situata in quella provincia di Pistoia di cui abbiamo già detto come la seconda meno virtuosa nel rapporto Ispra 2020 con il +10,22% di suolo consumato.
Agliana con 380 ettari tolti a coltivazioni o semplici campi e un consumo del suolo pari al +32,42% della propria espansione comunale guida (non a caso) questa poco edificante classifica provinciale.


Il clima nella storia: ipotesi, studi e incertezze

"Cambiamento climatico" è un tema oggi sulla bocca di tutti, anche troppo. Come abbiamo visto nella gaffe del Presidente della Toscana.
Fra credenti, ortodossi e negazionisti difficile orientarsi, ma importante è che il lettore con il suo spirito critico possa orientarsi in una valanga di informazioni talvolta contraddittorie e condizionate dalla peggior politica.
Noi vi facciano semplicemente un escursus storico.

L'Optimum climatico romano detto anche periodo caldo romano fu un periodo di clima insolitamente caldo per l'Europa e l'Europa Atlantica settentrionale che andò dal 250 a.C. a circa il 400 a.C.
Teofrasto scrisse che "le palme da dattero potevano crescere in Grecia se fossero stati piantati" e i grandi acquedotti costruiti per gestire la riscorsa idrica e le pratiche agricole denotano come gli antichi romani affrontarono il grande caldo gestendolo.
A dircelo sono anche gli alberi italiani che "raccontano" come al tempo del passaggio delle Alpi di Annibale (218 a.C.) il clima fosse mite (ci passò con gli elefanti!) sebbene Tito Livio affermi che Annibale e i suoi incontrarono uno spesso strato di neve fresca che copriva la neve ghiacciata dell'anno precedente.
Questi dati, insieme a quelli rinvenuti analizzando alberi, ghiacciai e fossili suggeriscono che le temperature estive dell'Egeo e del Mediterraneo meridionale nel IV e V secolo a.C. fossero prossime a quelle odierne.
Di certo è che la vite veniva coltivata anche nell'attuale Gran Bretagna e che recenti studi del cna hanno rovesciato le ipotesi dell'arrivo della vite in Italia dalla Grecia affermando che la vite si coltivava sulle alte colline del Vulture proprio per il clima più fresco. Seguì una fase più fredda che contribuì anche alle migrazioni dei popoli barbari verso sud .

Ancora un periodo caldo nel medioevo per quello che è stato identificato come il Periodo caldo medievale (PCM - od Optimum climatico medievale) durò quasi 300 anni e interessò la zona del nord Atlantico dal IX al XIV secolo.
E' ad esso che fanno riferimento oggi molti studiosi nel dibattito del riscaldamento del XXI secolo, ma se è vero che questi dati della storia si riferiscono a zone circoscritte del globo è altrettanto vera l'affermazione che ai tempi il mondo conosciuto era limitato all'area del Mar Mediterraneo.
Durante questo periodo i mari liberi da ghiacci permisero ai Vichinghi di colonizzare l'Europa e tre furono ad esempio le alluvioni disastrose dell'Arno: 1177, 1269 e 1333.
Caldo uguale più esposizione agli eventi alluvionali?

Continuando a guardare la storia dell'Arno a Firenze si direbbe l'opposto dato che dopo il periodo caldo medievale seguì  la "Piccola era glaciale", un periodo della storia climatica dell'emisfero nord della Terra che (ma gli studi non sono concordi sui tempi) va più o meno dalla metà del XIV alla metà del XIX secolo.
In questo arco temporale si registrò un brusco abbassamento della temperatura media terrestre, per cause ancora dibattute (eruzioni vulcaniche? Rapida afforestazione dei continenti Europeo e Americano? Diminuzione dell'attività solare? o altre ipotesi ancora).
Ebbene in questo periodo l'Arno a Firenze contrariamente alle ipotesi che più caldo + alluvioni, esondò ben tre volte nel corso del Cinquecento (1547, 1557 e 1589) e due nel Settecento (1740 e 1758).
Come nel caso dell'innalzamento termico medioevale, le variazioni di temperatura in questo caso hanno riguardato soprattutto l'emisfero settentrionale, e non tutta la Terra come invece nel caso dell'attuale cambiamento climatico, ma è anche vero che solo a metà di quest'epoca iniziarono con Cristoforo Colombo e la ricerca di un passaggio per le Indie le esplorazioni di cosa ci fosse oltre le colonne d'Ercole.

Tanti pensieri, tante ipotesi l'unica certezza sono i numeri. Numeri che parlano come quelli dell'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale.
 

 


 

Lascia un commento
stai rispondendo a

Commenti 2
  • Alessandro Garrisi

    Complimenti, capita raramente di leggere un articolo così ben scritto, documentato e completo che inquadri con il coraggio della verità dei dati reali la questione del dissesto idrogeologico. Queste argomentazioni, semplici, lineari, scientifiche e incontrovertibili, fanno cadere l'alibi del cambiamento climatico, la foglia di fico dietro la quale si vogliono nascondere troppe vergogne, il comodo alibi "prezzemolo" che viene messo ovunque, anzi viene imposto con la forza di un dogma religioso, di un diktat politico, e non potrebbe essere altrimenti viste le lacune e le contraddizioni di certe teorie, basate su simulazioni al computer che da decenni si mostrano sempre più distanti dalla realtà sempre più inaffidabili, come certe previsioni meteoterroristiche o le allerte lanciate a profusione come l'" al Lupo al Lupo" della favola di Esopo. Articolo da salvare e conservare. GRAZIE

    rispondi a Alessandro Garrisi
    gio 9 novembre 2023 03:31
  • Nadia Fondelli

    Grazie, credo di aver fatto solo il mio dovere di giornalista

    rispondi a Nadia Fondelli
    gio 30 novembre 2023 10:40