Il restauro delle Fonti dei Leoni a Palazzo Vecchio si è concluso nell’ottobre 2026 con un risultato inatteso che riscrive parte della storia materiale di uno dei cortili più frequentati del museo civico fiorentino: i quattro leoni che da secoli presidiano le fontane del Cortile della Dogana non sono in pietra, come si riteneva, ma sono calchi in gesso d’epoca con struttura interna in metallo. Una scoperta che cambia la lettura conservativa delle sculture e impone nuove riflessioni sulla loro tutela futura.
Il progetto Florence I Care e il ruolo della Scuola del Cuoio
L’intervento rientra nel programma FLIC – Florence I Care, l’iniziativa che mobilita soggetti privati per il restauro e la valorizzazione del patrimonio storico-artistico fiorentino. A sostenere economicamente e operativamente il cantiere è stata la Scuola del Cuoio, istituzione storica di Firenze con sede nella basilica di Santa Croce, che ha finanziato il progetto nell’ambito di una donazione della famiglia Gori, effettuata in memoria di Tommaso Melani.
Il restauro ha avuto una durata complessiva di 60 giorni e un valore complessivo di 50.000 euro. L’intervento ha interessato non solo le quattro fontane con i gruppi scultorei dei leoni, ma anche le vasche, le teste a maschera, le superfici architettoniche del cortile e la statua dell’Elettrice Palatina, figura della storia medicea che da tempo faceva parte dell’allestimento del Cortile della Dogana.
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La scoperta dei calchi in gesso: cosa cambia per la conservazione
La rivelazione più significativa emersa durante il restauro fonti dei leoni Palazzo Vecchio riguarda proprio la natura dei materiali. Gli esperti impegnati nel cantiere hanno accertato che tutti e quattro i leoni sono calchi d’epoca realizzati in gesso, dotati al loro interno di una struttura portante in metallo. Fino a questo intervento, la natura del materiale non era stata verificata con metodi diagnostici approfonditi, e la percezione comune — alimentata dall’aspetto esteriore delle sculture — era quella di elementi in pietra o materiale lapideo.
La distinzione non è di poco conto: il gesso è un materiale poroso, sensibile all’umidità e agli agenti atmosferici, che richiede protocolli di manutenzione e protezione molto diversi rispetto alla pietra. La scoperta impone quindi una revisione dei piani di conservazione preventiva per queste opere, collocate in un cortile che, pur coperto, è esposto a variazioni di temperatura e umidità.
Laser e recupero dei colori originali: le tecniche del cantiere
Sul piano metodologico, il restauro ha impiegato tecnologia laser per la pulitura delle superfici, una scelta che consente di rimuovere depositi e croste di sporco con precisione millimetrica, senza abrasione meccanica e senza rischio di danneggiare gli strati originali sottostanti. Questa tecnica è ormai consolidata nel restauro dei beni culturali italiani, ma la sua applicazione su superfici in gesso richiede parametri calibrati con attenzione particolare.
Tra i risultati visivamente più evidenti del lavoro c’è il recupero dei colori originali degli elementi decorativi del cortile. Strati di depositi accumulati nel tempo avevano alterato la percezione cromatica delle superfici; la pulitura ha restituito tonalità più fedeli all’aspetto originario, modificando in modo percettibile l’esperienza visiva del Cortile della Dogana per visitatori e residenti che frequentano Palazzo Vecchio.
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Palazzo Vecchio e il modello della donazione privata per il patrimonio pubblico
Il caso del restauro fonti dei leoni Palazzo Vecchio è un esempio concreto di come il programma Florence I Care funzioni nella pratica: un soggetto privato — in questo caso la Scuola del Cuoio con il sostegno della famiglia Gori — individua un’opera bisognosa di intervento, finanzia il cantiere e lo affida a professionisti del restauro, mentre il Comune di Firenze mantiene la titolarità del bene e la supervisione scientifica. Il modello consente di intervenire su opere che altrimenti resterebbero in lista d’attesa per anni, in attesa di fondi pubblici.
Per approfondire il programma e gli interventi già completati, il comunicato ANSA del 21 ottobre 2026 riporta i dettagli ufficiali dell’intervento.
La Scuola del Cuoio, fondata nel dopoguerra e conosciuta in tutto il mondo per la lavorazione artigianale della pelle, consolida con questa donazione un legame con il patrimonio civico fiorentino che va oltre la propria attività produttiva. Il nome di Tommaso Melani, a cui l’intervento è dedicato, resta così associato a uno dei luoghi simbolo di Firenze, in un cortile che ogni anno accoglie decine di migliaia di visitatori provenienti da ogni parte del mondo.
Con la conclusione del cantiere, il Cortile della Dogana si presenta oggi con superfici più leggibili, sculture finalmente comprese nella loro reale natura materiale e un sistema di fontane restituito alla sua leggibilità storica. La scoperta dei calchi in gesso, più che una sorpresa isolata, apre un capitolo nuovo nella conoscenza di Palazzo Vecchio e suggerisce che altri elementi del complesso potrebbero riservare rivelazioni simili a chi si avvicina con strumenti diagnostici adeguati.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.






