A sessant’anni di distanza, l’alluvione di Firenze del 1966 torna al centro del dibattito pubblico attraverso un volume commemorativo che porta con sé la voce delle istituzioni cittadine. Il 4 novembre 2026 è uscito in edicola con La Nazione il libro 1966-2026, i giorni del fango e la bellezza ferita, che raccoglie riflessioni sul sessantesimo anniversario di una delle catastrofi più devastanti della storia della città. Tra i contributi figura l’intervento della rettrice Alessandra Petrucci, che porta la voce dell’Università di Firenze in questa occasione di memoria collettiva.
Un volume per il sessantesimo anniversario dell’alluvione di Firenze del 1966
Il titolo scelto — 1966-2026, i giorni del fango e la bellezza ferita — condensa in poche parole la doppia natura di quella tragedia: la violenza fisica dell’acqua e del fango che travolse strade, abitazioni, chiese e archivi, e il danno profondo inferto a un patrimonio artistico e culturale di valore inestimabile. Firenze, il 4 novembre 1966, si svegliò sommersa: l’Arno aveva rotto gli argini nella notte, e le acque avevano invaso il centro storico, i quartieri di Santa Croce, San Frediano, l’Oltrarno e decine di altre zone della città.
A sessant’anni da quella notte, La Nazione ha scelto di dedicare un intero volume all’evento, pubblicato il 4 novembre 2026, nella data simbolica che coincide con l’anniversario. Il libro rappresenta un atto editoriale e civico insieme: un modo per tenere viva la memoria di ciò che fu, ma anche per interrogarsi su cosa significhi oggi ricordare una catastrofe di quella portata.
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L’Università di Firenze: memoria, responsabilità e tutela
Il contributo della rettrice Alessandra Petrucci si inserisce nel volume con un’angolatura precisa, declinata attorno a tre parole chiave che l’ateneo ha scelto come filo conduttore della propria commemorazione: memoria, responsabilità e tutela. Sono termini che non appartengono soltanto al lessico accademico, ma che assumono un peso specifico quando si parla dell’alluvione di Firenze 1966 e del ruolo che un’istituzione universitaria può e deve svolgere nel preservare il senso di quanto accaduto.
L’Università di Firenze è da decenni uno dei soggetti attivi nella ricerca storica, nella conservazione documentale e nella formazione di chi si occupa di beni culturali e di rischio idrogeologico. Il sessantesimo anniversario diventa quindi l’occasione per ribadire che la memoria non è un esercizio nostalgico, ma una funzione istituzionale con ricadute concrete sulla capacità di una città di prepararsi al futuro.
Perché il 4 novembre 1966 resta una data centrale per Firenze
L’alluvione del 1966 non fu soltanto una calamità naturale. Fu un evento che ridefinì il rapporto tra Firenze e il suo fiume, tra la città e la propria fragilità, tra le istituzioni e i cittadini. Le immagini del fango che sommergeva i capolavori degli Uffizi, i libri della Biblioteca Nazionale, le opere delle chiese medievali dell’Oltrarno sono rimaste impresse nella memoria visiva collettiva di intere generazioni. Gli Angeli del Fango — i giovani volontari arrivati da tutta Italia e dall’estero per aiutare nel recupero — sono diventati un simbolo di solidarietà che ancora oggi viene citato come modello di risposta civile alle emergenze.
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Ricordare quella data, a sessant’anni di distanza, significa anche interrogarsi su quanto sia cambiato: nei sistemi di allerta, nella gestione del rischio idraulico lungo l’Arno, nella capacità delle istituzioni di coordinare la risposta a eventi estremi. È una domanda che riguarda non solo gli storici o gli accademici, ma ogni residente della città.
Il ruolo dell’ateneo nella trasmissione della memoria collettiva
La scelta dell’Università di Firenze di partecipare attivamente alle commemorazioni del sessantesimo anniversario dell’alluvione di Firenze 1966 — con un intervento firmato direttamente dalla rettrice su un volume di larga diffusione come quello allegato a La Nazione — segnala una precisa volontà istituzionale. Non limitarsi ai convegni accademici, ma entrare nel circuito della comunicazione pubblica, raggiungere i lettori comuni, contribuire al dibattito cittadino.
Il trinomio memoria, responsabilità e tutela che guida il contributo di Petrucci funziona anche come schema interpretativo: la memoria è il punto di partenza, la responsabilità è il vincolo etico che ne deriva, la tutela è l’azione concreta che ne discende. Un’università che si interroga sull’alluvione del 1966 non sta semplicemente commemorando il passato: sta dichiarando quale ruolo intende svolgere nella città del presente.
Il volume 1966-2026, i giorni del fango e la bellezza ferita è disponibile in edicola con La Nazione dal 4 novembre 2026. Per chi vuole approfondire la storia dell’evento e il suo impatto sul patrimonio culturale fiorentino, un punto di riferimento documentale rimane il sito della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, tra le istituzioni più colpite nel 1966 e tra le più attive nella conservazione della memoria di quella tragedia.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.






