La scena, ormai entrata nella leggenda, è semplice: il conte Camillo Negroni chiede al barman Fosco Scarselli di dare più carattere al suo Americano, togliendo il seltz e mettendo il gin. Da quella richiesta, fatta all’ora del vermut, sarebbe venuto fuori uno dei cocktail italiani più famosi al mondo. Oggi si beve da Tokyo a New York, ma nella memoria resta legato a un bancone del centro fiorentino.
All’inizio del Novecento via de’ Tornabuoni era già una delle strade più eleganti di Firenze. Ci passavano nobili, borghesi, viaggiatori stranieri. Ci si fermava nei caffè per un vermut, un bitter, un liquore arrivato da fuori. All’angolo con via della Spada, la drogheria-profumeria Casoni non era solo un negozio: era un posto dove incontrarsi, parlare, guardare la città scorrere e, quando arrivava l’ora giusta, ordinare da bere.
Secondo la tradizione più raccontata, il Negroni prese forma proprio lì, dietro quel bancone. Non in una fabbrica, non in un laboratorio, ma in un locale fiorentino dove le mode straniere cominciavano a incrociare il gusto italiano. Il popolo beveva soprattutto vino. Chi aveva più mezzi cercava invece distillati, vermut di Torino, bitter e miscele che a Londra e New York erano già di casa nei club. Firenze, in quegli anni, guardava oltre confine. E assaggiava.
Il conte Camillo Negroni e la richiesta che cambiò l’Americano
Il protagonista è Camillo Negroni, conte fiorentino dal carattere deciso e dalla vita movimentata. Le cronache lo raccontano come un uomo abituato ai viaggi e alle novità. Aveva vissuto a Londra e a New York, città dove la cultura del cocktail era arrivata prima che in Italia. Tornato a Firenze, frequentava il Casoni e ordinava spesso un Americano, preparato con vermouth rosso, bitter Campari e uno spruzzo di seltz.
Un giorno, secondo la versione più nota, chiese al suo barman di fiducia, Fosco Scarselli, di “rinforzarlo”. Scarselli tolse, o ridusse, il seltz e aggiunse gin, lasciando in equilibrio vermut e bitter. Un gesto semplice, da banco. Ma bastò. Da allora Camillo Negroni cominciò a chiedere il suo “solito”. Gli altri clienti, incuriositi, presero a ordinare l’Americano alla moda del conte Negroni. Poi il nome si accorciò. E rimase solo Negroni.
La data incerta del 1919 e la lettera dei venti cocktail al giorno
La data più citata per la nascita del Negroni è il 1919. Ma chi ha studiato la vicenda invita a non trattarla come una certezza assoluta: potrebbe essere stato il 1918, oppure il 1920. Il 1919, più che una prova d’archivio, è diventato una data condivisa. A ricostruire la storia con cura è stato il bartender fiorentino Luca Picchi, autore di “Negroni cocktail. Una leggenda italiana”, pubblicato da Giunti, oggi tra i testi di riferimento sull’argomento.
Tra i documenti citati da Picchi c’è una lettera del 13 ottobre 1920 firmata dall’antiquario Francis Harper, amico del conte. Letta oggi, fa sorridere: Harper consigliava a Camillo Negroni di non berne più di venti al giorno. Una frase che racconta parecchio sulle abitudini del tempo, ma anche sulle misure del servizio. Allora il drink veniva spesso versato in piccole coppette da cordiale, non nei bicchieri più grandi di oggi. Resta un dettaglio vivo, quasi familiare. Una traccia concreta dentro una leggenda.
Dal Casoni al mondo: ricetta originale, dispute familiari e varianti celebri
Come succede spesso alle storie diventate patrimonio di tutti, anche quella del Negroni ha avuto la sua disputa. Dopo l’uscita del libro di Luca Picchi, un discendente della famiglia Negroni sostenne che il conte Camillo non compariva nell’albero genealogico familiare e attribuì l’invenzione a un antenato francese, il generale Pascal Olivier de Negroni. La versione fiorentina, però, resta la più raccontata e documentata. È quella richiamata anche dalla Regione Toscana nelle ricostruzioni dedicate al cocktail.
Il locale, nel frattempo, ha cambiato volto più volte. Il Casoni divenne Giacosa, poi ospitò il Just Cavalli Café, chiuso nel 2017. In seguito il marchio Giacosa è stato rilanciato. Ma la mappa del mito continua a portare in via de’ Tornabuoni. Anche per questo molti appassionati, quando arrivano a Firenze, passano da lì: non cercano soltanto un drink, ma un pezzo di storia.
La ricetta originale del Negroni è rimasta asciutta e precisa: un terzo di vermouth rosso, un terzo di bitter Campari, un terzo di gin e una scorza d’agrume, di solito arancia. Da questa base sono nate molte varianti, dal Negrosky con la vodka al Negroni Sbagliato, nato al Bar Basso di Milano negli anni Settanta quando, secondo il racconto più noto, al posto del gin finì lo spumante. Il successo nel mondo ha moltiplicato versioni e bicchieri. Ma l’immagine iniziale resta quella: un conte al banco, un barman che ascolta, Firenze all’ora del vermut.






