Sessant’anni non sono bastati a chiudere il conto con l’Arno. A distanza di sei decenni dall’alluvione del 4 novembre 1966, il Gabinetto Scientifico Letterario G.P. Vieusseux porta avanti ancora oggi un lavoro di restauro libri alluvione 1966 che non accenna a concludersi: centinaia di volumi e carte antiche si trovano ancora nelle mani dei restauratori, in un processo che il presidente Riccardo Nencini ha definito, in un’intervista rilasciata il 4 novembre 2026 a La Nazione, un restauro «senza fine».
La notte in cui l’Arno raggiunse i sotterranei di Palazzo Strozzi
Quella del 4 novembre 1966 fu una catastrofe che Firenze ricorda ogni anno, e che il quartiere di Santa Trinita e il centro storico portano ancora impressa nella memoria collettiva. L’Arno straripò con una violenza inattesa, e le acque non risparmiarono nemmeno i depositi del Vieusseux, allora ospitati nei sotterranei di Palazzo Strozzi. Il livello salì fino a toccare il soffitto delle gallerie interrate, dove erano custodite migliaia di opere del patrimonio librario e documentario dell’istituzione.
Il bilancio fu devastante: circa il 90% del patrimonio librario risultò gravemente danneggiato. Volumi storici, manoscritti, carte d’archivio — tutto impregnato di fango, nafta e acqua melmosa. Una perdita che, in termini culturali, sembrava quasi irreparabile.
La scelta di Bonsanti: recuperare, non sostituire
Mentre molte istituzioni sceglievano la via più rapida — rimpiazzare i pezzi perduti con nuove copie — il direttore del Vieusseux Alessandro Bonsanti prese una decisione radicalmente diversa. Ordinò di non sostituire i volumi alluvionati con altre edizioni, ma di recuperare ciascun esemplare originale, rispettandone la storia e la materialità. Fu una scelta culturalmente coraggiosa, che avrebbe condizionato il lavoro dell’istituzione per i decenni successivi.
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Da quella decisione nacquero strutture operative dedicate: un Centro di Recupero e un Laboratorio di Restauro, insediati inizialmente a Palazzo Acciaiuoli e alla Certosa del Galluzzo. Furono tra i primi laboratori specializzati nel restauro del libro alluvionato sorti in Italia dopo il disastro del ’66, e divennero un punto di riferimento per le tecniche di conservazione del patrimonio librario danneggiato dall’acqua.
Dal primo anni ’70 al 2026: un laboratorio sempre al lavoro
A partire dai primi anni Settanta, il Laboratorio di Restauro del Vieusseux ha cominciato a occuparsi sistematicamente del materiale alluvionato. Il processo è lungo e non si presta a scorciatoie: ogni volume richiede interventi personalizzati, che comprendono la separazione delle pagine incollate dal fango, l’asciugatura controllata, il consolidamento delle fibre della carta, il restauro delle legature e, quando necessario, il rifacimento delle copertine.
Il restauro libri alluvione 1966 non è mai stato un’operazione lineare. Le risorse disponibili, i tempi tecnici di ogni intervento e la complessità dei singoli pezzi hanno imposto un ritmo lento ma costante. A sessant’anni dall’evento, centinaia di volumi si trovano ancora nel laboratorio, in attesa o in corso di trattamento. Non si tratta di un fallimento organizzativo, ma della misura concreta di quanto fosse vasta la distruzione del 1966 e di quanto sia meticolosa l’opera di recupero.
Il 4 novembre 2026: Firenze ricorda e il Vieusseux continua
Il 4 novembre 2026 Firenze ha commemorato i sessant’anni dell’alluvione con una serie di iniziative culturali e civili. Tra le voci che hanno parlato pubblicamente del patrimonio ancora in restauro c’è quella di Riccardo Nencini, presidente del Vieusseux, che sulle pagine de La Nazione ha ribadito come il lavoro di recupero dei libri e delle carte antiche sia tutt’altro che concluso. La sua definizione — un restauro «senza fine» — non è una lamentela, ma una dichiarazione di metodo: la scelta fatta da Bonsanti nel 1966 impone una fedeltà all’originale che non ammette compromessi temporali.
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In parallelo, le commemorazioni del 4 novembre 2026 hanno ricordato anche i capolavori d’arte feriti dall’Arno: tra i simboli più citati, il Crocifisso di Cimabue conservato nella basilica di Santa Croce, che l’alluvione devastò e che richiese anni di interventi. Quella stagione di restauro collettivo, in cui migliaia di volontari — i cosiddetti angeli del fango — accorsero da tutta Europa per salvare libri e opere d’arte, è oggi considerata uno dei momenti fondativi della moderna disciplina della conservazione preventiva.
Perché questo lavoro riguarda ancora Firenze oggi
Il laboratorio del Vieusseux non è un archivio chiuso al pubblico: è un servizio di conservazione attivo, che dialoga con istituti di ricerca, università e archivi di tutta Italia. Il restauro libri alluvione 1966 che vi si pratica ha contribuito a formare generazioni di professionisti della conservazione, sviluppando tecniche e protocolli che sono stati adottati ben oltre i confini toscani.
Per chi vive a Firenze, il Vieusseux in piazza Strozzi non è solo una biblioteca storica: è un presidio culturale che tiene aperto un dialogo continuo con la città, con la sua memoria e con i rischi che l’Arno — ancora oggi — può rappresentare. Il fatto che a sessant’anni dall’alluvione si lavori ancora sui materiali di quella notte dice qualcosa di importante: la conservazione del patrimonio non è un atto puntuale, ma un impegno generazionale. E Firenze, con il Vieusseux, lo pratica ogni giorno, in silenzio, tra carta fragile e mani esperte.
Per approfondire la storia del laboratorio e i metodi di intervento, il sito ufficiale del Gabinetto Vieusseux offre una documentazione dettagliata sull’alluvione del 1966 e sulle attività di recupero ancora in corso.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.






